Se fossi uno sceneggiatore di un romanzo criminale...

Antefatto.

Il controllo del territorio da parte delle forze dell’ordine si serve di strumenti e patti completamente fuori dalla legge. Questo però non si deve sapere, né può emergere in qualche modo. Se accade, il re è nudo. Patatrac. Non si sa come uscirne.

Il problema, quindi, non è che ci sono degli informatori che ottengono in cambio di alcune soffiate una sorta di immunità, perché ci sono sempre stati. Il problema è che le forze dell’ordine attraverso una serie di figure al di fuori dello stato di diritto arrivano a una gestione concertativa delle attività criminali. Vuol dire scambio di favori e di ruoli. Non è un male necessario, è un indirizzo politico preciso.

D’altronde è dalla morte di Falcone e Borsellino che le organizzazioni criminali hanno la piena rappresentanza politica. (Dopo il Berlusca, il principale garante del patto sembrerebbe essere l’attuale ministro dell’interno).

 

Fatto

Poiché la legge a volte, ma sempre più spesso, non conta nulla, è possibile anche che qualcuno porti due ragazzini americani a comprare droga godendo di un’immunità ufficiosa. Ed è anche possibile che sentendosi “garantito” presti i suoi averi come garanzia del buon fine dell’accordo. Tanto – pensa – se qualcosa va storto se ne pentiranno tutti. E qualcosa va proprio storto. Gli spacciatori, vedendoli stranieri e ragazzini pensano di avere gioco facile. I ragazzini, vedendo che la situazione precipita non ci stanno e scappano con lo zaino dell’informatore che contiene il suo cellulare.

A quel punto il nostro informatore si ricorda della legge. Quella di cui fino a due minuti prima si faceva tranquillamente beffa. Perché le cose stanno così: se i due americani si rifiutano di restituirgli il maltolto se non in cambio di cento euro, è furto e forse pure estorsione. Che lui fosse stato ingaggiato per portarli in una piazza di spaccio, mica conta. Che gran paese che siamo.
Lui è parte lesa, lo stato lo tutelerà. Tanto più che c’è un lungo rapporto di collaborazione.

Poiché si tratta di un semplice cavallo di ritorno, vengono mandati i due uomini che più sono vicini all’informatore. Disarmati. E in borghese, per non dare troppo nell’occhio. Quello che nessuno può immaginare è che per una questione da cento euro qualcuno possa avere una reazione omicida. La logica non lo prevede, la gestione concertativa del malaffare meno che mai.
Ma va esattamente così.
I due ragazzini americani, che di certo sono delle teste di minchia, vogliono mostrare di avercelo duro. Forse anche per effetto di alcool e droghe. Così quando vedono i due carabinieri in borghese che magari in maniera perentoria vogliono portarli da qualche parte, pensano sia una trappola degli spacciatori e quindi tirano fuori i coltelli. Oppure no, sono proprio delle teste di minchia dop, li tirano fuori perché devono mostrare quanto ce l’hanno lungo. Sta di fatto che un carabiniere ci rimane. La tragedia scoppia per cause insulse e imprevedibili. Per una variabile impazzita, le due giovani teste di minchia americane.

 

Le indagini: come la mettiamo? La comunicazione nell’era dei social

A quel punto scoppia l’inferno. Sia perché la morte di un uomo, e un carabiniere in particolare, è sempre qualcosa che scuote profondamente la società, sia perché qualcuno quell’uomo forse lo ha mandato allo sbaraglio. O forse loro stessi, essendo sicuri di avere la zona sotto controllo, hanno sottovalutato l’imponderabile. Però c’è la tragedia (la morte di un uomo di 35 anni) e il guaio (erano in servizio? Se sì, perché erano in borghese e disarmati? E adesso cosa si racconta?).

Per sviare l’indignazione dai veri responsabili, che probabilmente si trovano pure tra colleghi e superiori della vittima, entra in scena il primo geniaccio fascista. Uno delle forze dell’ordine, per essere precisi, uno che esattamente come abbiamo imparato – o stiamo per imparare – da questa tragica vicenda, fa un lavoro “borderline”. Gestisce un account social collegato alle forze dell’ordine, ma ufficialmente non delle forze dell’ordine. Il fascistone pensa bene di dare la colpa ai “negri africani”.

Ad ammazzare il povero Rega non possono che essere loro, quelli che i buonisti vogliono salvare dalla morte per annegamento facendo fare affari d’oro alle ong. La prima ondata di odio e livore, il primo diversivo per dirottare l’opinione pubblica dove è più facile vincere, è servito.

Si scatena l’inferno. O meglio, la barbarie. Proprio quello che ci vuole per abituare “i cittadini” al fatto che il diritto si applica quando conviene. Perché è così che si fa, il rispetto delle leggi è roba da buonisti, e da qualche giudice comunista di Riiniana memoria. Nell’epoca del “capitano” i colpevoli si riconoscono dalla pelle (forse perché coi criminali veri c’è più di un accordo?).

A modo suo lo stratagemma funziona, e pure parecchio. L’opinione pubblica è divisa tra buonisti e sovranisti, le prime pulsioni deteriori – quelle più cariche di bile – le hanno già tutte scaricate sulle tastiere. Avranno molta meno voglia di capire cosa veramente è successo.
Una volta che però, udite udite, salta fuori che i colpevoli sono bianchi, ricchi, americani e con radici nel Belapaese (non è un refuso, dove alle pecore/cittadini si sta insegnando a diventare leoni feroci con gli ultimi della società, e solo con quelli, of course) il problema resta grosso.

Intanto sono americani e si sa, lo Zio Sam non è abituato a far processare e, peggio che mai, condannare i suoi cittadini in terra straniera. E poi perché durante il processo potrebbero saltare fuori troppe cose, troppe responsabilità.
E allora cosa c’è di meglio che una bella foto con il colpevole bendato e in manette, che non si sa come fuoriesca da un whatsapp pronto all’uso?

Prima di tutto accende e soddisfa i pruriti forcaioli dei sovranisti e il ventre molle fascista che gode sempre davanti a certi spettacoli. E poi si abitua il pubblico a un certo modo di gestire la “giustizia”. Una bella punizione in anticipo, senza i lacci e lacciuoli delle garanzie, come piace tanto oggi a noi che vogliamo risolvere i problemi. Anche perché forse la condanna vera sarà poca roba.

Arriviamo così al secondo punto: con questo scatto si offre alla diplomazia americana un ottimo pretesto per portarlo via. Perché si sa, il rispetto dei diritti umani vale a seconda di chi ti copre le spalle. Che gli americani abbiano Guantanamo, cioè un centro di detenzione e tortura, cosa volete che importi? La cultura media dell’assetato di sangue sovranista al massimo arriva a conoscere Rebibbia.

Si arriva così alla fase tre. Tutto l’armamentario giuridico e politico di cultura buonista, verrà clamorosamente ripescato alla bisogna. Il triste paradosso che a ripescarlo per primi saranno proprio coloro che se ne sono beffati in maniera compiaciuta. Dopo aver scorrazzato nelle terre dell’illegalità a oltranza e della caccia spietata alla libbra di carne coperta da pelle nera, ci sarà un happy end con il trionfo della legge e dei buoni sentimenti.

Mario Cerciello Rega e il suo collega hanno commesso un imperdonabile errore. Hanno voluto anticipare l’arrivo delle pattuglie, pensando che fosse un’operazione facilmente gestibile. I due testa di minchia americani li hanno scambiati per dei criminali, e hanno reagito di conseguenza. 12 anni in primo grado, ridotti a 8 in appello. Due in carcere, poi la pena verrà scontata in America.

Non sono Marocchini o Algerini, i cui governi non contano niente. Non sono nemmeno Giulio Regeni, che i governi italiani, incluso l’attuale e ben più Italico, si sono venduti per un piatto di fave davanti a quelli che erano un tempo soltanto “dei beduini”.

Sono Americani in mano alla giustizia italiana del 2019. Vuoi vedere che i nostri camerati mascherati di verde, dopo aver servito lo Zar, un bel favore allo zio Sam si rifiutano di farlo?

Prima gli italiani vale solo quando si tratta di prendersela coi poveracci.

Perché in troppi, anche se preferiscono dimenticarlo, sanno che è l’unica occasione in cui riescono a prevalere. Non capiranno mai che il rispetto delle regole serve a non renderli così disperati.

Povero Mario. Meritavi un paese migliore.