Terra ricoperta da migliaia di pezzi, soli, abbandonati, senza un’arte o un progetto che li tenga insieme, dignitosamente. Appare attraverso edifici chiusi e oggetti moribondi, esausti, rotti o feriti, che si rincorrono senza fine per formare una catena caotica di rifiuti e fatiscenza, molti dei quali sono in attesa di una sentenza di smaltimento o abbattimento, che tarda oltre ogni ragionevole indugio. Perché è proprio la parola fine la grande imputata. Declinata al femminile nel senso di processo vitale, funzionale o narrativo compiuto, o al maschile nel senso di scopo che può definirsi soltanto in un costrutto reale o materiale. La loro colpa – di questi pezzi sciolti nell’opulenta discarica di secoli di civiltà- è di non aver accettato la prima e di essere particolarmente inadeguati al secondo. Sono appannaggio della parte di città che ha conosciuto soltanto brandelli di Storia e cultura, sapere e saper fare, e allora grida con rabbia silenziosa il tradimento della bellezza che ha guardato e mai vissuto compiutamente. E prova ricostruirla, con l’arte di arrangiarsi. Si trovano nei luoghi scomodi, scelti dagli ultimi, senza altre pulsazioni che il tempo passato e il soffio del vento, dove la costa deturpata regala ancora scampoli di bellezza. Sono la sospensione e l’abbandono, il rifugio dei poveri che inseguono una tregua al traffico, al brulichio vociante, al loro scarsissimo potere d’acquisto che gli impedisce l’accesso ai luoghi belli e curati. Sono la pace che accompagna il cedimento senza possibilità di una vera resurrezione. La funzione ri- creativa di chi non ha maestria o vera professione. Sono la testimonianza di una città che se da una parte accoglie festante le carovane dei turisti, dall’altra ha perduto la propria capacità di agire, l’etica e l’estetica, ed è piegata al proprio destino di capitale del passato